Per inciso, il passaggio incriminato recita così: "Poco più di un anno fa ricevo un messaggio su Wikipedia in cui mi si chiede di cambiare un link nella mia pagina utente. Un collega del progetto cinema mi avvisava infatti che la pagina Heroes (serie televisiva) era stata rinominata in Heroes (serial televisivo). Chiedo spiegazioni e mi sento dire che il progetto televisione aveva deciso di adottare la nomenclatura codificata dagli accademici. Faccio diligentemente la modifica al link e poi scrivo all’amico Davide Barzi, che oltre ad essere un tuttologo è anche un collaboratore di Telefilm Magazine, per avere lumi riguardo questa categorizzazione di cui non avevo mai sentito parlare".
Torna in edicola "Ascolta sempre il cuore Remì", collezionabile De Agostini che presenta "le avventure di un bambino coraggioso" (e invero un pelo sfigato).
La serie si compone di 25 uscite "corredate da fascicoli illustrati con il riassunto degli episodi e il romanzo di Hector Malot a puntate, da rilegare nelle pratiche copertine di volume".
Sappiate che dopo Hector Malot arrivo io.
Nel senso che, finito il romanzo, gli ultimi numeri contengono testi di approfondimento da me scritti, e per la precisione "Hector Malot", "Saltimbanchi e cantastorie", "Teatro drammatico e melodramma francese" e "I viaggi di Remì", oltre alle schede di Vitali e della compagnia dei saltimbanchi, di Mattia e degli altri ragazzini incontrati da Remì, dei Milligan e degli Acquin.
E' il edicola "Telefilm Extra 2008 - I 100 telefilm che vedremo". Se volete completamente rovinarvi la visione della seconda stagione di "My Name Is Earl", grazie a un articolo che vi svela più o meno tutti gli eventi importanti che capitano a Earl Hickey e soci nel corso dei ventitre episodi, non avete cha da leggere il mio articolo ivi contenuto.
Sto scrivendo l'articolo per il secondo numero di Milano Criminale, quindi sono in piena full immersion anni Settanta. Purtroppo devo rimanere al 1975, quindi non potrò omaggiare il pezzo qui sotto, che è di tre anni dopo. Ergo, lo posto nel blog per il sollazzo dei miei coetanei.
Oggi, scrivendo un articolo strapieno di spoiler, di quelli da maneggiare con cura (per il Telefilm Magazine Extra), relativo alla seconda stagione di "My Name Is Earl", ho deciso che l'episodio boa, "Buried Treasure", è il capolavoro della stagione. Per chi è meno impaziente di me e quindi aspetta di vederlo in italiano, qui sotto un piccolo regalo che non rivela nulla sulla storia ma tanto sul genio dello staff di sceneggiatori capitanato da Greg Garcia.
Dalla pagina degli spettacoli del Corriere della sera di oggi, articolo di Aldo Grasso:
fil di rete
Le sorelle Diabolike e quel favoloso '62
Cosa lega Diabolik al «Processo alla tappa» di Sergio Zavoli, al Concilio Vaticano II, a «Opera aperta» di Umberto Eco, ai caroselli sul Moplen, alla casa editrice Adelphi, al Cantagiro, all'apertura del traforo del Gran San Bernardo, all'abbandono di «Canzonissima» da parte di Dario Fo, alla morte di Enrico Mattei, alle prime canzoni dei Beatles? Poco o nulla, o forse tutto.
Favoloso quel 1962, a riprova di un decennio molto vitale (i dieci anni che sconvolsero l'Italia), a riprova della tesi che forse anche il '68 è nato da Diabolik, o almeno dalle sue parti. The History Channel sta presentano un interessante documentario scritto e diretto da Andrea Bettinetti : «Le sorelle Diabolike». È la storia di Angela e Luciana Giussani le mitiche creatrici del più famoso criminale del fumetto italiano, Diabolik appunto. Che ha rappresentato una rivoluzione nella storia del costume: sull'esempio della mitica BUR, anche il fumetto diventa tascabile, molto adatto per essere letto in tram o in treno; sulla scorta di non pochi fermenti sociali, nasce un personaggio apparentemente negativo (che si carica di tutti i nascenti immoralismi legati al boom economico), che si accompagna a una conturbante e filosofica eroina, Eva Kant, ma che ogni giorno deve fare i conti con il suo alter ego positivo, l'ispettore Ginko.
La schizofrenia e la doppia morale si fanno fumetto.Basato in gran parte sul libro «Le regine del terrore», biografia sulle sorelle Giussani scritta da Davide Barzi e Tito Faraci, il documentario ha il merito di proporre bellissimi filmini in super8 girati dalle Giussani (appartenevano all'allora colta borghesia milanese) e di interrogare molti collaboratori. Di fronte a un materiale così ricco, bisognerebbe invece, per legge, proibire le interviste ai «commentatori» di professione, le cui banalità potrebbero suscitare anche l'ira di Diabolik.
1) Osservare la copertina qui sotto;2) Concentrarsi sul volto dal colorito atipico in altro a destra; 3) Pensare a chi può aver scritto con adolescenziale trasporto l'articolo dedicato al personaggio di cui sopra; 4) Acquistare Retro n° 16, attualmente in edicola. 5) Se l'articolo vi ha provocato un brivido, accorrere in una sala cinematografica e visionare il film diretto da Louis Leterrier. La pellicola, miscelata all'effetto amarcord, crea piacevoli sensazioni.
"Earl?" "Sì, Randy?" "Chi credi avrebbe la meglio in un combattimento tra i Muppets e quelli di Sesame Street?" "Non sono sicuro che combatterebbero. Sono entrambi abbastanza pacifici." "Beh, se lo dovessero fare per forza, come in quel film di decapitazioni dove ne rimarrà solo uno?" "I Muppets."
"Ok, e invece tra i Muppets e i Fraggles?" "I Muppets." "Ok, e invece tra i Muppets e He-Man?" "Solo He-Man o He-Man e i suoi amici?" "Solo He-Man." "I Muppets." "Lo credo anch'io."
Prima giornata del corso di formazione andata. Segnalo qui sotto un'altra iniziativa che si svolge in parallelo al Vecchio Ospedale Soave di Codogno (anzi, per essere precisi, noi e le insegnanti che ci ascoltano ci siamo proprio fisicamente immersi, in questa iniziativa, essendo circondati da una nutrita esposizione di opere). Per inciso, Codogno è terra di grandi geni: nella stessa struttura, nel 2002, vidi la mostra "Le stanze di Mario Uggeri". L'immenso illustratore è nato proprio lì. E, oltre a lui e a Novello, Codogno ha dato i natali a quel genio assoluto di Carlo Barcellesi, noto ai più (o meno) come Maurizio Milani. E già solo per quello dovremmo essere grati per l'eternità alla località lodigiana. Tanto per dire, riporto alcune citazioni da Wikipedia: «tra noi comici ci sono come delle gerarchie che prescindono dal successo televisivo, e lui è Dio in questo momento» (Daniele Luttazzi); è «un genio» (Ale e Franz); «unico, per ferocia, disincanto, tristezza e malinconia struggente» (Aldo, Giovanni & Giacomo); «supermoderno, con tempi comici incredibili e una sublime ironia» (Antonio Albanese).
Si è inaugurata sabato 2 febbraio (in occasione della festa di San Biagio) al Vecchio Ospedale Soave di Codogno la mostra delle opere in gara nella quarta edizione del premio internazionale di umorismo e di satira di costume intitolato alla memoria di Giuseppe “Beppo” Novello, che si spense vent’anni fa, proprio il 2 di febbraio.
Duecento le vignette esposte al Soave, solo la metà di quelle giunte alla segreteria organizzativa del premio, tenacemente voluto anche quest’anno dal comune con l’appoggio della provincia e del Rotary, il patrocinio della regione Lombardia e la sponsorizzazione della Banca Centropadana, de “il Cittadino” con Pmp e di Pellini Tende. Al centro dunque i 40 disegni in arrivo da tutto il mondo selezionati come i precedenti dalla giuria del concorso, presieduta da Giorgio Forattini, tra i quali saranno scelti i quattro vincitori finali. Il tema proposto ai vignettisti era quello dell’ambiente.
La mostra, che resterà aperta fino al 2 marzo (venerdì dalle 15 alle 19 e il sabato e la domenica dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 19), conoscerà sabato 16 febbraio, alle 17, l’altro suo momento importante, vale a dire la cerimonia di premiazione, alla quale è annunciata la presenza di Forattini e di alcuni degli artisti in gara.
Inoltre in questa edizione, per la prima volta, i visitatori della mostra delle vignette in gara potranno esprimere una loro preferenza, decretando un vincitore ”popolare”. Ma c’è di più: tra tutti coloro che avranno espresso il proprio gradimento per una delle oltre 200 vignette in gara verrà estratto il vincitore del premio messo in palio dall’Associazione degli Amici della via Roma e del Centro: si tratta di un buono spesa di 300 euro da utilizzare nei negozi che hanno aderito alla mani festazione. Anche il vignettista più votato riceverà un premio.
Arrivati al primo episodio della quarta serie, si sfiora non di rado il ridicolo. Ma spesso lo si supera senza remore. Meno male che un nuovo personaggio arriva finalmente a fare ordine e sciogliere i dubbi.
Ma basta parlare male della serie, che rimane tutto sommato divertente, come dimostra la sigla:
Con disturbante effetto loop, segnalo una segnalazione segnalata a seguito di una mia segnalazione al segnalante che cortesemente l'ha segnalata. Peraltro la potete trovare anche nel colonnino di fianco, alla voce "notizie fresche dal mondo del fumetto", ma visto che parliamo di effetto loop mi pare corretto "abundare quam deficere".
Da afnews: E' in edicola il n° 36 della rivista Telefilm Magazine. La rubrica fissa "The Time Tunnel" è questo mese dedicata a "Telefilm a fumetti". Si tratta di 9 pagine a cura di Davide Barziche analizzano non i personaggi di comics che hanno ispirato serial televisivi, ma al contrario le produzioni tv che solo in seguito hanno avuto una loro versione sulle pagine disegnate. Con particolare riferimento alle pubblicazioni statunitensi, viene presentato un excursus che va dalle produzioni della Topps dei primi anni Novanta alle serie che si concludono sul piccolo schermo per proseguire in miniserie a fumetti, come Buffy l'ammazzavampiri. Come ulteriori approfondimenti, troviamo box sugli adattamenti a fumetti di telefilm americani realizzati da autori italiani, sulle versioni cartacee dei cartoon "per adulti" di culto e per finire una classifica delle dieci versioni a fumetti di serie tv meglio riuscite.
L'8 settembre si festeggiano i nove mesi di collaborazione con il Telefilm Magazine. A mia discolpa (già vedo orde di barbari furiosi perché non ricordo né compleanni né altre ricorrenze importanti, mentre segnalo questo che.. sì, insomma...) dico che sono andato a vedere sul blog, non c'è l'ho segnato sul calendario, giuro. E non ho neanche comprato un mazzo di rose per la rivista, giuro. Tutto ebbe inizio con un articolo su Smallville. Ora, dopo tre trimestri, dopo che il serial con superpoteri ha subito un'evoluzione con il fenomeno di culto "Heroes", la rivista esce con un numero giustamente dedicato alla serie ideata da Tim Kring. E io, in tutto ciò? TRE begli articoli su Smallville!!! Funziona così: in allegato alla rivista c'è un prezioso opuscoletto tutto dedicato alle avventure del giovane Superman, in occasione della trasmissione della sesta serie. Mio è l'articolo di apertura (che si intitola come questo post) nonché un odiosissimo spoilerone che vi toglierà ogni sorpresa sulla sesta stagione (stateci attenti, io vi ho avvisati) e uno intitolato "Voce del cielo" (perché lo sapevate che "Kal-El" significa "Voce del cielo" in ebraico, vero? Altrimenti, sapevatelo sull'opuscoletto!).
Va bene, salviamo la cheerleader, ma al povero Clark non ci pensa più nessuno?
“Sono nato davanti al televisore. Non è una metafora: la prima immagine di cui ho un vero ricordo non è il seno di mia madre, ma un oggetto luccicante e squadrato che mi attirava in modo irresistibile. La tivù era la mia baby-sitter, i miei mercoledì pomeriggio, la scoperta del mondo in cammino sotto i miei occhietti sbalorditi. La tivù era l'amico con cui non si litiga mai, quello che ha sempre una buona idea in testa, dal mattino alla sera. La tivù era una schiera d'eroi che mi hanno insegnato l'esaltazione. I primi turbamenti, ma anche i primi moti di disgusto. Io sono stato quel ragazzine che diventa bruscamente adulto semplicemente cambiando canale. Ho ricordato le immagini proibite, la sera, attraverso lo spiraglio di una porta socchiusa, così come Stanick avrebbe potuto parlarmi delle sue notti di avventure con una piccola torcia e un libro sotto le coperte. Ho concluso dicendo che in nome di tutto questo, se mi si offriva un'opportunità di passare al di là del monoscopio, avrei fatto tutto quello che potevo per non tradire quel marmocchio abbandonato a se stesso davanti all'azzurro crepitante dello schermo.”
A differenza di Bruno Martino, amo l'estate. Ma non tanto per solemarespiaggia. No, la amo da utente televisivo. Con gli "autori" in ferie, i canali tv si vedono in qualche modo costretti a rimandare random pezzi di "vecchia" (e gloriosa...) televisione. E così, senza reality show qui e là, può capitare di rivedere (certo, sempre a un orario indegno, ma stiamo pur sempre parlando del servizio pubblico, no?) la puntata de "La storia siamo noi" dedicata a Walter Chiari.
E di rivedere la Bibbia della comicità: lo sketch del sarchiapone. Per esigenze televisive (dicono così...) non viene comunque mai trasmesso per intero. Sono dieci minuti, e sono perfetti. Enrico Vaime dice di aver visto Chiari allungare a teatro lo sketch del sarchiapone fino anche a 40 minuti, facendone in pratica l'intera seconda parte di uno spettacolo. E dice che funzionava perfettamente. Non fatico a crederci. Signori (non tutti ma buona parte) comici di Zelig, in previsione del settembre prossimo, ripassate per gli esami di riparazione, ok?
Se n'è andato anche Roberto Gavioli. Ho avuto il piacere di conoscerlo nel suo giardino d'inverno nell'autunno del 2003, in occasione della preparazione della mostra su Paolo Piffarerio, che fu valente collaboratore della Gamma Film dei fratelli Gavioli. Eccovi quindi un ampio stralcio di un'intervista a Piffarerio realizzata da me sempre in quel periodo e in buona parte inedita, se non per quel che sono riuscito a infilare nei sintetici testi per i pannelli della mostra. Le risposte mettono in luce l'importanza della Gamma Film nell'ambito della storia del Carosello. Quel che leggete qui sotto il telegiornale non l'ha detto, posso garantirvelo. Buona lettura.
Nel 1954 vennero messe in onda le prime trasmissioni televisive. E il 3 febbraio 1957 esordì Carosello. Le due cose ci riempirono di lavoro in maniera inverosimile! Con il tempo, ma nemmeno poi così tanto, ci costrinse a trasformare la nostra struttura da laboratorio artigianale a complesso industriale con tutti i crismi. La cosa non avvenne però contestualmente all’avvio della trasmissione, dato che per almeno un anno Carosello non inserì il disegno animato nelle sue produzioni.
C’era un motivo particolare? Le strane idee in merito che avevano le agenzie pubblicitarie. Confesso di aver sempre avuto un rapporto difficile con queste entità. Spesso erano sedi distaccate di aziende straniere, con poca conoscenza delle nostre competenze specifiche. Hanno quasi sempre snobbato il disegno animato, non ritenendolo così nobilitante per il prodotto come invece il film dal vero.
Quale fu il vostro primo carosello? Quello per la vegetallumina, una pomata per guarire contusioni ed ematomi. La nostra fortuna fu che l’azienda non si rivolse a nessuno delle agenzie appena citate, ma a un produttore autonomo. Costui non aveva idea di cose proporre al suo cliente, così si rivolse a noi. Fu quasi automatico per noi pensare al contesto in cui ci si fa più male e quindi c’è più bisogno di un simile unguento: lo sport. A loro l’idea piacque: partimmo e realizzammo ben nove corti che ebbero un grosso successo, tanto che presero il premio “Campana di San Giusto” a Trieste. C’è anche una chicca: Ugo Tognazzi ci rubò una battuta per un altro film pubblicitario di cui era interprete! Per l’esattezza “Per giocare a tennis ci vuole la racchetta” seguita dall’apparizione di una ragazza piuttosto brutta e dall’errata corrige: “Racchetta, non racchietta!”
Al di fuori del Carosello, prima di iniziare un’impressionante sequela di personaggi celebri, ci fu però un’altra esperienza di legame musica/animazione che portò ottimi risultati. Nel 1959 collaborammo con Garinei e Giovannini, sceneggiando in coppia con Giulio Cingoli le canzoni della trasmissione televisiva Canzonissima. Ai due autori proponemmo anche di scrivere per noi qualche Carosello. Avevamo avuto la prima commissione dalla Buton, azienda che tra gli altri produceva un brodo per dado. La coppia ci propose una serie dal titolo “Il dado è tratto”, prendendo spunto dalla vita di Giulio Cesare. Noi a nostra volta lo proponemmo alla Buton, che la bocciò. Garinei e Giovannini ci dissero di riferire ai “signori Buton” una frase irriferibile su quello che secondo loro avrebbero dovuto fare con i loro dadi, e così la collaborazione finì ancor prima di nascere.
Il primo vostro personaggio che in qualche modo fece la storia del Carosello fu Caio Gregorio er fusto der pretorio.
Per simbolizzare la buona qualità della scala d’oro, il tessuto in Terital che dovevamo promuovere, pensammo di usarli per vestire un centurione romano. Per caratterizzarlo gli fornimmo una voce che somigliava un po’ a quella di Aldo Fabrizi. I primi film erano sulla storia di Roma e sul rapporto tra greci e romani. La cosa era molto apprezzata, così proseguimmo fino a raccontare con gli stessi personaggi la storia del Medioevo. Alla fine non sapevamo più cosa fare, però. A proposito di riscrittura della storia, per la Charms realizzammo anche una storia della musica – per la precisione degli strumenti musicali.
Con il primo Carosello iniziò immediatamente la lunga e proficua collaborazione con Alfredo Danti. Scrisse questi caroselli e gran parte dei successivi; fu un collaboratore favoloso. Lavorava a Milano per il radiogiornale locale come giornalista e speaker. La realizzazione grafica, invece, era appannaggio quasi unico di Gino Gavioli. Io mi occupavo di layout, storyboard e coordinamento generale. La terza mansione mi ritrovai a svolgerla mio malgrado. Se infatti Roberto si occupava del contatto con i clienti e Gino era il classico creativo che se ne sta nel suo angolo a pensare e realizzare i personaggi, qualcuno doveva pur controllare il lavoro ad animatori scenografi, musicisti e collaboratori vari. Nessuno mi ha mai “investito” di quel ruolo, mi ci trovai in mezzo e basta! Per quanto riguardava l’animare disegni altrui, invece, è un talento che mi riconosco. Gino diceva che con quattro disegni facevo un lungometraggio!
Fu poi la volta del siculo Vigile Concilia. Segno evidente che, quando ancora non c’era stata l’invasione dei comici da cabaret, i tormentoni che la gente per strada ripeteva erano dettati proprio dal carosello. “Concilia” era diventata una frase ripetuta fino alla nausea, così come “Non è vero che tutto fa brodo” (dato che proprio il dado per brodo era il prodotto collegato al personaggio). Con Lombardi accadde anche una cosa abbastanza unica: la categoria che in qualche modo avevamo messo alla berlina, quella che oggi pomposamente viene chiamata “Polizia municipale”, non protestò per l’immagine che ne avevamo dato. Di solito in questi casi si urla alla lesa maestà!
Qual era la prassi produttiva? Le ditte prenotavano gli spazi all’interno di quello che oggi chiamano palinsesto. Prenotati gli spazi, si rivolgevano a noi. Preparavamo un’idea e la sottoponevamo al cliente. Siccome ogni scenetta doveva essere approvata, prima della messa in onda, da una speciale commissione della Sacis, e la censura in televisione era davvero feroce, c’era già un sistema preventivo di autocensura, quindi in linea di massima le soluzioni considerate a rischio venivano limate. Un esempio lampante di quanto fosse asfissiante il controllo fu la frase “nel 400 avanti Cristo” che volevamo usare proprio in un episodio di Caio Gregorio, ma che fu cassata perché… non si poteva nominare Cristo! Abbiamo dovuto sostituire con “Più di duemila anni fa”. Telefonate, battaglie… era davvero logorante! Poi magari passavano cose che non avremmo mai pensato sarebbero state accettate… in un film si citava l’episodio di Caligola che aveva nominato senatore un cavallo. Qualcuno commentava laconico: “La tradizione continua, visto che adesso ci sono tanti somari in parlamento !” e nessuno alla commissione censura fece una piega!
I prodotti Solex tennero a battesimo la casalinga Pallina. Ancora una volta fummo interpellati da un’agenzia autonoma, fermo restando che da quelle internazionali il disegno animato era bandito. Trattandosi di prodotti per la pulizia della casa, fu automatico pensare a una casalinga, un personaggio che avesse nell’albero genealogico una tradizione di pulizia di case importanti.
Le musiche di quei film segnarono una collaborazione di grande livello. Erano del Quartetto Cetra, ma non realizzate appositamente per noi. La melodia era ricavate dal film Ciao mama, sulla quale l’onnipresente e mai troppo lodato Danti riscrisse un testo ad hoc. La lavorazione di questa serie era emblematica di come lavorare per il carosello fosse un (divertente, non lo nego) massacro senza orari. Siccome i quattro musicisti non si muovevano da Roma, io stesso una volta viaggiai in treno di notte per andare in sala d’incisione e presentare loro il testo accompagnato dal soggetto, che pur non essendo ancora disegnato prevedeva già delle azioni; il mio compito consisteva nel verificare che facessero i giusti stacchi che avrebbero fatto combaciare video e sonoro dando il giusto ritmo; fatto questo, poi tornavo a Milano con il prodotto finito. Musicalmente erano dei mostri, davvero preparatissimi.
Cosa che stavate diventando anche voi della Gamma Film. Questo non sta a me dirlo. Certo di lavoro ce n’era davvero molto, tanto che dalla cantina dei Gavioli dove lavoravamo all’inizio in tre ci trasferimmo prima in un appartamento e poi, nel 1962, a Cinelandia, a Cologno Monzese.
Tornando alle frasi a rischio sulla classe politica, la prefazione di una brochure dedicata a Capitan Trinchetto, personaggio nato per pubblicizzare le Terme di Recoaro, recitava: “In fatto di «casciaballe» c’è una sola categoria in grado di battere i politici: i marinai.” Quel personaggio era nato per un fumetto che avevamo progettato io e Gavioli, ma che non venne mai pubblicato. Il suo nome era una citazione: così si chiamava infatti il mozzo di Capitan Fortuna. Le sue storie giacevano quindi in un cassetto. Erano storie piuttosto ingenue, però quel raccontafrottole che parlava con i lettori narrando avventure tanto straordinarie quanto impossibili ci piaceva e avevamo in mente di recuperarlo in qualche modo. L’occasione ci venne data dal Carosello.
Joe Galassia promuoveva un prodotto molto noto. E al direttore di quel marchio (per inciso la Coca Cola) non piacque per niente! L’agenzia aveva accettato e apprezzato l’idea, ma il “gran capo” non ritenne invece interessante l’animazione in sé. Bisognava un po’ combattere con questi pregiudizi, come quando la Agip, per la quale realizzammo uno short per la benzina e l’olio chiamati “Supercortemaggiore, a prodotto trasmesso ci mandò la classica, un po’ fantozziana lettera dall’alto con un laconico “Ma non avevate niente di meglio di un cartone animato da fare?”.
La Motta apprezzò di più Serafino Spazzantennino? Sì, quello fu molto gradito dal cliente, anche se devo dire che Toto e Tata, i due personaggini realizzati da Paul Campani che promuovevano i prodotti dell’azienda prima che si rivolgesse a noi, non erano davvero male, tanto che avevano raggiunto una grande popolarità, che Carlo Della Corte definiva “non lontana da quella di Topolino e Minnie”. Non ho mai capito perché la Motta decise di cambiare.
La vispa Teresa ebbe un percorso ideativo particolarmente originale. C’è stato un periodo in cui nel Carosello apparivano le tre gemelle figlio del proprietario della Imec, azienda di biancheria intima. Lui ci teneva molto a farle conoscere, ma probabilmente non “bucavano il video”. Pensò quindi di abbinarle al disegno animato. Il suo agente una rivista per ragazze che si intitolava La vispa Teresa, così mescolarono le due cose e le tre ragazzine vennero inserite in un mondo fiabesco. E la vispa Teresa, bellissima bambina disegnata da Gino Gavioli in stile primi del Novecento, con treccine e abiti svolazzanti, prese vita. Sulla musica dei tre porcellini, Danti ideò una canzoncina divertente che accompagnava le avventure di questa bambina che inseguiva una farfalla con un retino e, ogni volta che la prendeva, la vedeva trasformarsi in un capo Imec.
Per la Pirelli venne invece creata la famiglia preistorica composta da Babbut, Mammut e Figliut...
Danti aveva avuto modo di vedere in anteprima The Flintstones e in qualche modo vi si ispirò, anche se il risultato è evidentemente qualcosa che va in tutt’altra direzione. Era infatti una serie prettamente musicale, interrotta ogni tanto dai surreali e incomprensibili dialoghi in gramelot dei protagonisti.
Doria ispirò il cantastorie Taca Banda e il suo fido compare Oracolo.
Era abbastanza diverso dagli altri. La parte cantata dai Cetra era molto precisa, mentre all’interno c’era una certa libertà. Non era un discorso continuo, ma prevedeva degli stacchi, una serie di brevi idee l’una dietro l’altra. Non c’era uno schema preciso, ma lasciava maggior spazio alla libertà d’interpretazione.
Il piccolo frate Cimabue sembra un personaggio molto sentito dal disegnatore.
Dom Bairo, “l’uvamaro”, pare fosse ricavato da un amaro di produzione conventuale. Disegnare personaggi con la tonaca fu quindi automatico. E quella serie è Gino Gavioli allo stato puro! È il suo mondo, a lui piace disegnare frati, conventi, certose e abbazie, si tratta di una passione che ha sempre espresso in centinaia di bozzetti che ha prodotto per suo diletto. Far muovere quei personaggi voleva quindi dire concretizzare un suo sogno. Non ho nemmeno diretto quei disegni animati, cosa che di solito facevo un po’ per tutti, ha fatto tutto da solo!
E Vitaccia cavallina?
Era l’ennesimo personaggio che facevamo per la Buton, un’azienda per cui producemmo molto. Era però una delle rare volte in cui non lavorammo per un alcolico, bensì per un succo di frutta, il Derby. Tra i loro prodotti, infatti, ne promuovemmo altri, oltre naturalmente a Don Bairo, ma sempre con spot dal vivo e non a disegni animati. O meglio, per il brandy Vecchia Romagna. Facemmo alcuni esperimenti di mixaggio tra disegno animato e immagine dal vero, con Gino Cervi che interagiva e dialogava con un personaggio animato che si chiamava Sorbolik. Erano naturalmente i primi anni Sessanta, in cui era scoppiata la moda dei fumetti neri, “quelli con la K”, Diabolik, Kriminal, Satanik, ecc.
Tecnicamente realizzare un film con tecnica mista non era certo facile come oggi. Assolutamente no! Bisognava usare i mascherini, non certo il blue back che hanno inventato gli americani per Mary Poppins. Dal punto di vista fotografico, infatti, i lavori fatti con Cervi non sono bellissimi, ma era il massimo che si poteva ottenere con la tecnica di allora, un procedimento che oltretutto era lunghissimo e complicatissimo. Ho ricordi gustosi, anche se non strettamente attinenti all’animazione, ancora su Cervi e sulla Buton. Per il vino Rosso Antico, infatti, riuscimmo a ingaggiare sia lui sia Fernandel, allora all’apice del successo con le loro interpretazioni cinematografiche di don Camillo e Peppone. Le loro schermaglie non avvenivano solo sul grande schermo: li si poteva pensare amiconi, invece bisognava stare attenti a dare identico spazio e tempo a entrambi oppure ne sarebbe potuto nascere un pandemonio! Questo senza nulla togliere alla loro grande professionalità, naturalmente. Quando la Buton ci propose per la prima volta di usare la celebre coppia, contattammo per primo Giovanni Guareschi, l’autore del fortunato ciclo letterario di Don Camillo, ma la sua proposta poi non piacque al committente, quindi perdemmo la possibilità di lavorare anche con lui.
Abbiamo detto in precedenza dello scarso gradimento da parte dell’Agip della vostra animazione per la “potente benzina italiana” Supercortemaggiore. Eppure… Eppure è una delle opere che mi riguardano più direttamente e una di quelle di cui vado più fiero. Gino non collaborò, l’idea era mia e di Danti e l’animazione mia. C’era Don Chisciotte che andava contro i mulini a vento che in realtà erano prodotti della tecnologia.
Come e perché finì “Carosello”? Le agenzie, in pratica, posero alla Rai un aut aut: non avrebbero più portato i loro clienti se fosse rimasto il Carosello come forma di promozione. Secondo loro era controproducente, non dava la giusta visibilità al prodotto, dato che questo veniva nominato solo alla fine del film. Come ultimo tentativo, cercammo anche di coinvolgere il personaggio stesso nella promozione del prodotto, ma non ci fu nulla da fare. La pubblicità finale, che loro chiamavano “codino”, a loro modo di vedere non giustificava la spesa, anzi creava addirittura confusione! Secondo le loro indagini, il pubblico legava i personaggi a prodotti che in realtà erano collegati ad altri! Carosello, però, venne trucidato, la sua fu una morta lenta: inizialmente il tempo del film prima dello spot fu portato da novanta a sessanta secondi, poi in un minuto venne compresso tutto, pubblicità compresa. Per un po’ continuammo a fare disegno animato per queste pubblicità ridotte, ma i grossi studi di pubblicità chiusero, o quantomeno si spostarono su altri tipi di produzioni.
Ha segnato una generazione. E forse più di una. Elio e le storie tese, come al solito, arrivarono anni prima di tutti gli altri. Era il 1991 e nel singolo “Pipppero”, in un lungo elenco, tra “Disco Inferno” e “Qualcosa degli Oliver Onions, tipo Sandokan, Orzowei” c’era lei. Anzi, era proprio la prima. "Kung Fu Fighting” di Carl Douglas.
Versione live per rinfrescare la memoria:
Un po’ di storia, da 105 classics: “Di origine Giamaicana, Carl Douglas lavorò con il produttore Biddu durante il 1974 per la realizzazione della b-side "I want to give you my everything", il risultato del lavoro in studio portò all'incisione della hit "Kung fu fighting" una canzone che apparentemente richiese solamente 10 minuti per essere registrata. Quando la "Pye Records" si rese conto della forza di questo brano, decise immediatamente di stamparla sul lato A del disco. In pochissimo tempo il singolo raggiunse la prima posizione nella classifica Inglese e Americana. Douglas, divertito dalle arti marziali, inserisce i suoi famosi urli "hoo" e "haa" che diventono un vero tormentone in tutte le piste da ballo.”
Tornando al presente, cosa ti succede? Divoro due delle serie televisive che più mi hanno divertito quest’anno,e guarda un po’ chi ti trovo…
Questa è una delle tante scene indimenticabili dell’ultima stagione di Scrubs:
Poi guardo l’episodio 21 della prima stagione di My name is Earl. Promette benissimo: la guest star è addirittura Juliette Lewis, nei panni della ex di Earl. Acme dell’episodio, lo scontro con la ex moglie di Earl, Joy. Il prologo del duello ha come colonna sonora “La resa dei conti” di Ennio Morricone, da “Per qualche dollaro in più”. Insomma, sembra davvero che non si possa chiedere di più, e invece…
Facendo qualche ricerca, ho scoperto che “Kung Fu Fighting” è stata usata perfino nella colonna sonora di “Epic Movie”. Ma continuerò a fare finta di non saperlo.